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I DIRITTI E LA POVERTA’ – L’esperienza di Avvocato di Strada

PREFAZIONE

di Diego Benecchi, Presidente dell’Associazione Nuovamente

 

Quando ci e stata chiesta ospitalità nella collana dei «Quaderni di Nuovamente» per un volume destinato a raccogliere e descrivere l’esperienza di Avvocato di Strada, è stato spontaneo per noi accogliere immediatamente e senza indugio la proposta. E, vorrei specificarlo, non tanto per il valore di un percorso che ha saputo farsi esperienza di riferimento nel panorama nazionale del volontariato, né per il desiderio di offrire ad esso uno spazio di comunicazione e di riflessione sul cammino intrapreso, ma prima ancora per la consonanza “genetica” fra l’idea che sta alla base di Avvocato di Strada e i princìpi che hanno ispirato la nascita dell’associazione Nuovamente.

Non a caso uno fra i primi itinerari in cui Nuovamente si è impegnata, pochi mesi dopo la fondazione, è stata la collaborazione con Piazza Grande nella presentazione pubblica del progetto Avvocato di Strada, nel dicembre di quattro anni fa. L’impulso che correva fra noi, e che ci aveva spinti a cercare nella forma associativa una risposta alla crisi di rappresentanza dei partiti del centrosinistra, era quello di aprire nuovi spazi alla partecipazione attiva dei cittadini alle scelte di governo della collettività. Spazi che ci apparivano, e ancora ci appaiono troppo spesso posti in secondo piano rispetto a modalità di gestione della cosa pubblica centrate su un concetto esclusivo di rappresentanza politica. Spazi che appaiono a maggior ragione negati nel caso delle fasce relegate ai margini dello scambio sociale, tutt’al più consegnate al solidarismo e alla cultura dell’assistenza: i senza fissa dimora, gli ex detenuti, i borderline di qualsiasi ordine e grado.

E un problema prima di tutto politico: lo è perché un’idea realmente progressista di comunità politica, oggi, non può evitare di porsi la questione dell’inclusione come appuntamento centrale nell’agenda d’intervento degli attori pubblici. Rinunciare a questo, in un momento storico dominato dalla mobilità a tutto campo degli individui e delle culture, significherebbe rinunciare a governare il cambiamento, e dunque restarne vittime. Nuovamente sta spendendo da tempo, su questo tema, una parte importante delle proprie energie e della propria elaborazione, con l’obiettivo di contribuire alla discussione collettiva sui nuovi confini della cittadinanza al crepuscolo del paradigma degli Stati nazionali e della centralità dell’appartenenza etnica come criterio di inclusione nella comunità.

Purtroppo, come ha modo di sottolineare Antonio Mumolo nella sua introduzione a questo volume, spesso le istituzioni e i cittadini stessi improntano a rigidità e ad atteggiamento difensivo la propria relazione con il soggetto che esula dal modello corrente di normalità, privilegiando la colpevolizzazione alla comprensione, il rigore burocratico-giuridico all’elasticità richiesta da bisogni sociali sempre più complessi e poliedrici – soprattutto in questo periodo di crescente impoverimento di categorie che vedono erodersi i margini di sicurezza del proprio tradizionale standard di vita.

Accanto all’azione continua e coerente per la riforma della pratica politico-amministrativa delle istituzioni, allora, è necessario oggi impegnarsi per fornire ai soggetti deboli gli strumenti perché possano “agire” la cittadinanza, perché cioè siano realmente consapevoli dei propri diritti e della propria dignità: non c’è diritto, infatti, laddove la sua conoscenza è negata a colui che ne è portatore. Oltre a questo, occorre alimentare i circuiti alternativi di scambio e di interrelazione fra marginalità e impegno civile. Penso alle associazioni, come la stessa Piazza Grande, che si giocano nello sforzo di costituire esperienze di inclusione, di auto-aiuto, di sostegno diverse dal semplice rapporto verticale fra individuo e istituzione. Penso alle cooperative sociali, che si sono ampiamente dimostrate in grado di gestire il disagio e favorire processi di reinserimento professionale degli homeless come dei carcerati in regime di semilibertà e degli ex detenuti. È a tutti questi soggetti collettivi che Nuovamente dedica la propria attenzione – come testimoniato, fra l’altro, dal precedente volume di questa collana, dedicato alla tutela delle garanzie nel sistema penale – con l’obiettivo di contribuire alla crescita degli istituti partecipativi e della cittadinanza diffusa. Avvocato di Strada rappresenta, in questo senso, un’esperienza di primo piano che Nuovamente è orgogliosa di avere incrociato sulla propria strada, e con cui si augura di potere collaborare ancora a lungo: nella convinzione che sia anche questo, assieme ad altri, il percorso che siamo chiamati a compiere insieme.

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